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Accessibilità e tags cloud

Alessandro Scoscia • 17 gennaio 2008 18:37

Da circa tre anni a questa parte è praticamente diventato un must offrire ai lettori di siti internet e blog (sempre che questa differenza esista ancora) "tags cloud" come modalità "alternativa" di fruizione dei contenuti pubblicati.

La "tags cloud" è uno dei widget più noti del web 2.0 e permette la trasmissione di contenuto informativo aggiuntivo semplificando le ricerche semantiche. Indubbiamente è un widget molto utile che gli utenti sono sempre più abituati ad utilizzare. Realizzazioni poco accorte però rischiano di trasformare una tags cloud da "strumento di navigazione" in "elemento di disturbo alla navigazione" diminuendo l'accessibilità e l'usabilità delle pagine che lo contengono.

Una tags cloud, soprattutto se presenta molti tag, offre una certa difficoltà di lettura. Il grado di "confusione visiva" aumenta al crescere del numero dei tag riportati e dipendentemente dalla distribuzione dell'importanza di ognuno di loro. La rappresentazione grafica delle parole chiave avviene infatti assegnando loro una dimensione del carattere proporzionale al peso rispetto alle altre nella nuvola e si verificano spesso casi in cui la visualizzazione ne risente negativamente.

Se la differenza di occorrenze tra due tag è molto elevata, quello con minor peso è spesso scritto con un font troppo piccolo e risulta quindi di difficile lettura. Questo tipo di difficoltà si verifica anche quando tag contigui si presentano con pesi troppo simili perché vengono rappresentati con la stessa dimensione di carattere e risulta difficile capire dove finisca un tag e dove inizi il successivo. In assenza di una corretta sottolineatura dei link o in presenza di tag multi parola, si può essere costretti a posizionare il mouse sui link per riconoscere correttamente i tag.

Spesso sembra gradevole presentare tags cloud con impaginazione "giustificato". Questo richiede al browser di distribuire un numero diverso di caratteri in spazi fissi, riga per riga, ed ha come effetto collaterale quello di posizionare i caratteri a distanze non omogenee tra di loro aumentando la difficoltà di lettura (problema tipico in persone dislessiche). Un esempio noto a tutti è visibile nella tags cloud di wordpress.

Tutte queste controindicazioni possono essere parzialmente attenuate con il buon senso del grafico e con l'attenzione di chi si occupa dei contenuti. Il primo dovrebbe valutare la giusta granularità nella scelta del dimensionamento e dei colori del tipo di carattere, il secondo dovrebbe limitare il numero complessivo di tag utilizzati o predisporne visualizzazioni alternative.

Una piccola riflessione va fatta anche sulla scelta dell'ordinamento dei tag. Quasi sempre l'ordine è alfabetico. Ovviamente questo approccio sembra essere il più corretto ma presuppone che l'utente sappia esattamente con quale parola chiave il sito ha etichettato le informazioni che sta cercando. In alcuni contesti potrebbe essere più utile presentare i tag ordinati per peso in modo che l'utente sappia rapidamente se qualcosa che ha a che fare con quello che cerca è tra i temi più ricorrenti del sito in cui si trova.

Qualche altra confusione nell'uso di tags cloud è quella legata al significato delle informazioni che rappresenta, al suo valore semantico. A causa dell'uso improprio di questo strumento di navigazione spesso non è subito chiaro se la nuvola si riferisca al singolo contenuto presentato nella pagina, evidenziandone i temi trattati e la loro importanza, o se si riferisca ai contenuti del sito che si sta visitando. In questo secondo caso il testo che viene presentato a fianco potrebbe essere relativo soltanto ad uno dei termini presentati nella tags cloud. E' per questo motivo che quando il widget rappresenta l'insieme dei temi trattati nel sito è buona norma riportare all'inizio o alla fine di un articolo l'elenco dei tag associati alla pagina che si sta visualizzando.

Ulteriore tema è quello di chiarire chi ha eseguito la scelta delle parole chiave, la classificazione degli argomenti e le associazioni tra temi trattati e parole chiave. In altri termini il lettore dovrebbe sapere chi ha realizzato l'ordinamento. Inizialmente infatti erano gli stessi autori a definire la tassonomia che la nuvola rappresenta ma il social network ha modificato questo approccio permettendo che la classificazione sia fatta non dagli autori dei contenuti ma dagli stessi lettori o dall'analisi della loro navigazione. In questi casi si parla di folksonomia. Se questa informazione non è esplicitamente riportata si può generare qualche confusione. Di norma si assume che i tag siano quelli indicati dall'autore.

Queste brevi considerazioni dovrebbero spingere chi realizza siti internet a riflettere sulla opportunità di inserire tags cloud e a definirne correttamente formato e contenuti. Qualora si decida di implementare il widget, si rifletta sulla possibilità di dare al lettore anche altri strumenti di navigazione (alternativi e concorrenti) come elenchi semplificati o ordinamenti per categoria.

Una tags clouds mal realizzata può essere spiazzante anche per gli utenti abituati ad utilizzarla e del tutto incomprensibile per persone con diverse abilità visive e cognitive.

Propongo questo link per visualizzare una serie di esempi di tags cloud e questo per accedere ad una tags cloud decisamente complessa!

Commenti

Inviato da Fabrizio Caccavello il 21 gennaio 2008 10:13
Complimenti per l'articolo Alessandro.

Anche io penso che le Tags Cloud siano generalmente inaccessibili, talvolta accettabili, e talvolta decisamente da evitare.
Come per molte altre cose sul web (e non solo) non esiste una verità assoluta e i confini spesso sono impercettibili.

Una ulteriore considerazione da fare è quella relativa alla formattazione dei link e all'utilizzo dei rollover, cioè la colorazione del link al passaggio del mouse. Troppo spesso questa importantissima funzionalità non viene usata al meglio e rende difficile l'individuazione dell'area sensibile. Vorrei ricordare infatti che per rendere un link accessibile andrebbe distinto in maniera molto netta e non solo attraverso il colore, il link sul quale il mouse è posizionato e che le distanze tra un link e un altro dovrebbero essere sufficientemente ampie per evitare problemi di posizionamento a chi non ha possibilità ottimali all'utilizzo dei sistemi di puntamento.
Per esempio la maggior parte delle tags cloud che ho visionato è realizzata con dei colori troppo tenui e troppo poco contrastati aggiungendo così confusione alla confusione in tutte le persone con problemi di percezione dei colori.

Di esempi e considerazioni se ne potrebbero aggiungere molte altre. Magari, tempo permettendo, cercherò di approfondire l'argomento sul mio blog.

Ultima cosa: l'ultimo link, quello che Alessandro definisce “Una tags cloud decisamente complessa” io la considererei una simpatica sperimentazione la cui utilità si perde probabilmente nelle buone intenzioni di chi l'ha pensata; trovare un barlume di accessibilità in questo caso è davvero difficile.
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